L’antico Bosco trinese

Un’isola forestale circondata da risaie, letteralmente un polmone verde che respira nel mezzo della pianura del Vercellese.

È il Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino Vercellese. Un nome altisonante per un luogo che un tempo era forse il “Lucus Dei“, la casa sacra di Apollo, che senza saperlo con la forza della mitologia l’ha difeso  e conservato finora. Ultimo residuo di bosco planiziale del basso vercellese, è ancora oggi, e pur avendo perso l’aura di sacralità, sottoposto alla gestione della Partecipanza, insieme di persone che ne sono diventate proprietarie pro indiviso per concessione del marchese del Monferrato Guglielmo il Grande nel 1275. Sono circa 600 ha di bosco gestiti secondo un sistema di regole molto rigido, fissato secondo alcune fonti nel 1202, quando il marchese Bonifacio I lo donò alle famiglie partecipanti alla cura dell’area, un tempo molto più estesa.

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Siamo arrivati a Trino per la prima volta in bici lo scorso 23 aprile, avevamo appuntamento con il sindaco Alessandro Portinaro, eccellente amministratore di quella che è la res publica. È stato lui ad introdurci metaforicamente nel Bosco, aprendoci le porte di un luogo quasi fantastico: unico bosco in Italia gestito ancora secondo un sistema di amministrazione collettiva, che rispetta regole introdotte in epoca medievale.

Ci siamo subito detti: allora non succede solo nei sogni, la gestione partecipata e dal basso esiste! Prendiamolo, dunque, come esempio da portare in giro. Sarà questa la nostra prima tappa.

Siamo entrati in punta di piedi nel fitto bosco attraversando un piccolo ponte di legno alle spalle della Cascina Guglielmina, ex casa colonica e oggi accogliente foresteria: ci sono dei percorsi battuti sia per cavalli sia per  bici  e camminatori.

Perchè crediamo che valga la pena portare con noi questo pezzo di storia?

Il bosco di Trino è un esempio di proprietà collettiva o, come era definito un tempo, uso civico, un diritto che negli anni è andato perdendosi, insieme al valore del bene collettivo, cioè ad uso della comunità.

Partecipanze ce ne erano diverse in Italia, soprattutto nelle aree dell’Emilia, del Veneto, del Polesine, in cui gli ettari di terreno a disposizione erano molti e necessitavano di molte braccia per essere lavorati o semplicemente conservati.

Una curiosità: negli stessi anni in cui nacque la Partecipanza, nelle valli alpine tra il Piemonte e la Francia nacque quella che è stata definita la “Repubblica” degli Escartons. Nel 1343 venne firmata dalle 18 comunità montane la Grande Charte, la Carta delle Libertà (ma era stata concessa già nel 1244), con la quale il Delfino gli riconosceva il diritto di autogovernarsi; capitale Briançon e lingua ufficiale il provenzale, elevato livello di istruzione e cooperazione tra i 5 Escartons, questo Stato democratico all’avanguardia si disgregò solo con il Trattato di Utretch nel 1713.

Oggi l’uso civico in Italia non esiste quasi più, non c’è una legge che lo inquadra, nel migliore dei casi un ente pubblico viene indicato quale proprietario, nel peggiore i proprietari sono frammentati.

La Partecipanza di Trino è uno dei pochi esempi rimasti in cui la proprietà collettiva è garanzia di tutela del bosco, in un’epoca in cui il frequente abbandono delle aree boschive è spesso causa di incendi e frane.

Sarebbe forse il caso di adeguare la legislazione attuale in merito alle proprietà collettive, anche sulla base delle molteplici richieste che giungono da gruppi di persone che manifestano la volontà di ritornare all’uso della terra senza diventarne necessariamente proprietarie. Per diverse ragioni: non hanno i mezzi economici necessari per acquistarla, preferiscono non essere vincolati giuridicamente ad una proprietà, o anche ad un luogo fisico. Chiedono insomma di sostituirla con forme consortili di gestione, che sarebbero anche più adatte alla naturale propensione della popolazione a unirsi per dare soluzione a problemi comuni.

Nel 1991 il Bosco di Trino fu riconosciuto quale Parco Naturale Regionale secondo la L.R. 19 agosto ’91, fino al 2007, quando la Giunta Cota ha pensato bene di accorparlo al Parco Fluviale del Po, tagliandogli così fondi e personale.

Oggi la Partecipanza, strano a dirsi, non vive dell’autofinanziamento dei suoi soci e non procura reddito di sopravvivenza per nessuno: tutti i partecipanti lavorano in maniera volontaria, seguendo nel dettaglio il piano di assestamento forestale, che ne garantisce la conservazione, e quindi la sopravvivenza. Con pochissimi fondi a disposizione, naturalmente diventa sempre più difficile perseguire l’obiettivo, quello cioè di riportare il bosco alla sua identità originaria.

Uno dei diritti riconosciuti dalla Carta delle Libertà negli Escartons era la proprietà privata anche per le donne. E così è stato anche nella Partecipanza trinese, almeno fino al ‘500, quando ai terreni, tramandati di padre in figlio, si cominciò a non applicare l’ereditarietà anche per via femminile. Oggi, invece, dopo secoli si vorrebbe riprendere questa direzione, perciò è stato indetto un referendum  che sarà votato il prossimo 6 luglio da tutti i partecipanti, sparsi nelle varie regioni d’Italia e all’estero, che mira a riconoscere i medesimi diritti ereditari attuali anche alle figlie.

Avremo le orecchie tese e ve ne daremo notizia!

E perchè il bosco di Trino è quello delle Sorti? Lo abbiamo chiesto a Bruno e Ivano Ferrarotti, primo e secondoJpeg conservatore (vale a dire Presidente e vice Presidente) del bosco, che abbiamo incontrato proprio nella sede della Partecipanza: ogni anno un’area di bosco viene messa in turno di taglio e suddivisa in sorti o punti, ciascuno dei quali diviso in quartaroli, cioè in quattro parti; ad ogni punto corrisponde un numero che viene estratto a sorte, appunto, ogni anno nel mese di novembre. È la sorte dunque che decide in quale parte del bosco si possono abbattere uno o due quartaroli di alberi, Jpegusati in prevalenza come legna da ardere, solo una minima parte viene venduta come legno da opera. Un tempo la legna rappresentava la primaria fonte di reddito per la Partecipanza, dagli anni ’50 ad oggi, cambiando le abitudine di vita e le forme di riscaldamento, non è più così. In ogni caso l’estrazione a sorte dei punti da cui ricavare legna era ed è ancora l’unico strumento che garantisce l’uguaglianza di diritto all’interno di una proprietà comune.

Ci sarebbe molto altro ancora da dire sul bosco e sulla sua gestione secolare ancora attiva, ma vi rimandiamo al link del bosco, utile per le informazioni storiche, e all’anteprima dell’ intervista che abbiamo realizzato ai due conservatori citati sopra.

Il Bosco di Trino è stata solo una delle prime tappe del nostro pre-viaggio #2RR- Alla ricerca del popolo che manca, le cui avventure potrete seguire, fin da ora, sulla nostra pagina facebook.

Sotto una galleria di foto che abbiamo raccolto durante le nostre due visite alla Partecipanza e ai dintorni di Trino, percorrendo la ciclovia lungo il Po immersa nelle risaie e incorniciata in un paesaggio di pianura in cui verde e acqua si alternano.

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