In vino (naturale) veritas: la resistenza in vigna

Il vino ci piace, lo beviamo volentieri, soprattutto in compagnia.

Una ruota di #2RR, da buon suonicista, ha avuto negli anni molte occasioni di bere in cambio di musica.
Dalla birraccia del localaccio rock offerta in un bagno di onesto sudore alla grappa appena distillata da un alambicco gigante che serve un intero paese; dal vino grezzo del contadino che probabilmente servì anche Nuto Revelli e che lascia una scia di catrame nell’esofago al vino speziato delle feste medievali mescolato al cuoio della maschera.

Chi abbia bazzicato palchi rock o folk sa quanto sia alto il rischio di farsi sopraffare da ricche offerte di libagioni.
Ma è quando il giorno dopo si deve riallacciare l’organetto al portapacchi e inforcare la bicicletta verso la successiva destinazione che il gioco si fa veramente duro!
Eppure se al risveglio la mente vola e la testa rimane leggera -e non compare quel sottile fastidioso prurito allergico ai canali respiratori- si deve veramente essere grati ai propri anfitrioni perché non ti hanno servito solfiti o altri additivi stordenti.
Quanti autentici nettari ci avranno servito senza che ce ne rendessimo veramente conto? Maxima culpa! 🙁

Un giorno di maggio, da poco trasferiti in Valsusa, stavamo esplorando le strade vicino casa in cerca di qualche piccolo produttore di vino che ci vendesse qualche bottiglia.
Qualcuno sostiene che fare la spesa a chilometro zero sia un atteggiamento da radical chic, “da ideali pantofolai  che si muovono con lentezza, che veganeggiano qua e là per il territorio”.
Eh sì, in effetti potevamo infilarci avidamente nel supermercato più vicino o nel grande centro commerciale che ci avrebbe fatto comprare anche ciò che non ci serve.
E invece ci siamo ritrovati, al fresco di una cantina, a far chiacchiere con il vignaiolo: seduti a un tavolo, tre bicchieri di vino accompagnati da salame fresco. Un rapido saluto di Carlotta, la moglie da cui l’azienda prende il nome. Intorno un vigneto terrazzato, tipico delle zone di montagna. E tra un bicchiere e l’altro, il racconto dei vitigni autoctoni che ancora coltivano, a fatica, per tenerli in vita. E della bellezza di fare il vino, soprattutto per berlo con gli amici. Tanto che alla fine ce ne hanno regalata una bottiglia.
La cantina Carlotta non è certo l’unica produttrice di vino in Valsusa, la coltivazione della vite raggiunge i 1400 m di altitudine. In Val Clarea, per esempio, dove i viticoltori però per entrare nelle loro terre devono puntualmente mostrare i documenti, perché il sito, interessato dal cantiere Tav, è di importanza strategica. E pensare che la zona della Maddalena sarebbe anche un’area archeologica…
Sarà legittimo chiedersi cosa resterà delle vigne e della storia millenaria del posto.
Parliamo di piccoli produttori, spesso consorziati tra loro, che non producono molto e vendono altrettanto. E tra questi, molti sono ritornati a coltivare le vigne dei loro nonni.

Il vino ha sempre rivestito un ruolo importante nella gerarchia dei prodotti della terra (se ce ne può essere una), forse perché fin dall’epoca dei Sumeri, quando la fermentazione sembrava ancora una magia, era considerato un nettare divino.
Dall’Oriente è arrivato in Europa attraverso il Mediterraneo e ha oltrepassato l’Atlantico per giungere in America.

Offagna, cantina Malacari
Offagna, cantina Malacari

 Ma il vino è soprattutto la storia di una famiglia, di una generazione -forse due-, di un terreno, di un luogo. Altro che storytelling: provate a bere un bicchiere di vino, è capace di non star zitto un attimo per raccontarvi il suo vissuto! E diventa un dialogo intenso, intimo, che altro non è se non la storia di una terra nella sua evoluzione, “lì dove milioni di anni fa c’era il mare, oggi c’è una distesa di colline che si inseguono sinuose”, per esempio.
L’abbiamo imparato da Corrado Dottori, vignaiolo che vive e lavora con la sua famiglia a Cupramontana.
Questa estate, grazie al fiuto del nostro amico Tullio Bugari, seppure in furgone e non in bici siamo entrati nelle Marche, antica terra di papi e cardinali. Abbiamo portato le nostre letture itineranti, che compongono il puzzle del viaggio #2RR, nell’aia dell’agriturismo La Distesa, di Corrado, Valeria, Giacomo e Giulia, circondati da un’assolata distesa di colline coperte da un verde tappeto di vigneti.
Agli intenditori di vino suonerà il campanello nell’udire Cupramontana, terra del Verdicchio dei Castelli di Jesi, vitigno a bacca bianca con le sue caratteristiche sfumature verdi.
Come si presenta? “Di colore giallo paglierino con sfumature verdognole“. Più o meno quel che si dice di tutti i vini certificati 🙂
Ma essendo noi inespertissimi sommelier, ed evitando di fare il verso al valido comico Antonio Albanese

vi consigliamo un’attenta lettura di Non è il vino dell’enologo, che Corrado ha scritto nel 2012. Il sottotitolo chiarisce forse meglio che cosa sia questo libretto: è il Lessico di un vignaiolo che dissente, un’autobiografia molto intima in cui si adagia sulla scrittura, e forse rivive nella scrittura, il rapporto di Corrado con il padre; ma anche un saggio, per noi inesperti, sulla vinificazione, a cui si mescola senza timori l’amore istintivo verso la terra paterna, quella della sua infanzia. Un libro che è forse anche la risposta, dopo anni, ad una scelta azzardata ma coraggiosa, quella di abbandonare il lavoro in banca a Milano per imparare a fare il vignaiolo a Cupramontana.

Il libro non è la rappresentazione di un ritorno idilliaco alla campagna, non è nemmeno il manifesto dell’agricoltura biologica o l’apologia della figura del contadino-imprenditore.

Il vino è il vino, è il vino, è il vino.”

«A me in un vino affascinano l’irrequietezza, la tensione, la complessità. Intendiamoci: quando parlo di difetti non intendo ciò che intendono comunemente i sommelier […] mi riferisco ad un più generale concetto di “deviazione” dal paradigma. Il jazz per la musica classica. Il punk per il rock classico […] Ecco: io amo i vini che mi colpiscono per questo andare controcorrente, […] per rappresentare quell’Unico assolutamente irripetibile che è la combinazione terra-vite-annata-vignaiolo».
Questa è proprio l’immagine che secondo noi descrive Corrado, prima che il suo vino: uno sguardo molto profondo, corposo e a tratti sfuggente, è qui con te ma mentre ti ascolta sembra scrutare nella sua mente altri pensieri, un corpo magro che è un fascio di nervi, sempre attivo, si scalda e partecipa quando si toccano i tasti della musica, e nelle sue parole spesso risuona il nome di Valeria. “La variabile impazzita” la definisce nel libro, la compagna che con tenacia ha sostenuto la sua scelta di coltivare la vigna, trasferendosi con lui a Cupramontana e mettendo su famiglia.
Insieme con altri tre vignaioli italiani, Corrado e Valeria sono i protagonisti di Resistenza naturale, film-documentario di Jonathan Nossiter (2014), che percorre tra i filari di alcuni vigneti italiani le riflessioni sulla manipolazione chimica dei vini.

«I viticoltori naturali hanno rifiutato il compromesso cinico e burocratico dei vini “biologici” e sono riusciti a rinnovare una libagione che regala gioia e conforto da ottomila anni, voltando le spalle alle regole del mercato e condividendo un rispetto assoluto per la salute della terra e delle persone che ne berranno il frutto», spiega Nossiter (e continua qui), che già dieci anni prima con Mondovino aveva esplorato il panorama viticolo dalla Francia all’Italia agli Stati Uniti al Brasile, passando per le più prestigiose aziende vinicole quotate in Borsa. E già qui andava a scardinare il modello di produzione seriale del vino, l’appiattimento dei sapori secondo leggi imposte dalla chimica e dagli enologi di grido.

Se Mondovino (2004), uscito nell’epoca delle grandi manifestazioni contro la guerra globale -ricordate la seconda superpotenza?- puntava il dito contro i monopoli che minacciano la biodiversità, in Resistenza Naturale il nemico attuale diventa molto più sottile.
È sempre e ancora eguale a quel che combattemmo sui nostri monti e in piazza: i figli prediletti di un modello di Mercato, quel modello che vive di carburanti fossili e di consumo scellerato, che divora le istituzioni democratiche pretendendo di dettare le leggi e abbattere i confini -ma solo per le merci! E che ora -ora che la Pachamama, la Madre Terra, ci sta avvertendo che abbiamo tirato troppo la corda- vogliono anche la medaglia! Rivendicano il diritto di sfruttare la terra fino all’esaurimento ma non vogliono che si dica, anzi si offendono a morte se glielo fai notare!
Una storia che conosciamo già, fin da quando partimmo per il primo viaggio #2RR. Ma non immaginavamo che avremmo trovato nel vino una cartina di tornasole tanto efficace per descriverne le storture. E i possibili rimedi.

Ma perché questa necessità di definire i viticoltori naturali come resistenti?
Aimè Guibert, viticoltore dell’Aniane, sostiene in Mondovino che il mondo moderno ha creato una nuova forma di fascismo, il monopolio della distribuzione, proprio in quei Paesi democratici come Francia e USA, oggi incapaci di bloccare monopoli quali Carrefour o Auchan, grandi poteri della distribuzione.
La resistenza, dunque, nasce di fronte alle nuove forme di fascismo create dal sistema capitalistico.
Proprio come la parola occupazione viene usata su quei territori della Valsusa requisiti per la realizzazione del Tav. Qualcuno, durante il nostro tour estivo, ci ha rimproverati per avere usato impropriamente questi termini. Noi crediamo invece che queste siano nuove forme di soprusi messe in pratica al posto delle tradizionali guerre.
Si è partigiani quando si sceglie da che parte stare, senza compromessi.

Ma per ripristinare l’ordine della natura -credevamo- non basta rispettare le norme del biologico?
Pare che in Italia dire bio faccia tendenza sia per chi produce che per chi compra.
«I disciplinari biologici poggiano oggi sulla stessa mentalità industrialista per cui ciò che conta sono le molecole, le quantità, i prodotti. […] Non il rapporto fra uomo e natura. Ecco perché se parliamo di vino naturale non è più possibile riferirsi solo al termine biologico». Corrado, insieme al vino, ricostruisce un lessico naturale, fuori dal marketing, fuori dai brand e dalle certificazioni. Un lessico libero, non omologato, dove per origine si intende una combinazione suolo-clima-vitigno-uomo e non uno standard di qualità imposto dalle certificazioni ma dettato, di fatto, dall’industria alimentare.
Insomma, l’affermazione del terroir. Nel suo libro il lemma terroir corrisponde alla storia della terra in contrada San Michele. Qui il nonno negli anni Cinquanta cominciò a coltivare e grazie a lui anche Corrado. Ed è qui che si respira l’essenza di queste zolle di terra che emanano gli odori di questo intenso rapporto tra l’uomo e la natura. Un rapporto in continua evoluzione, e per questo unico, irripetibile.

Il vino, dunque, nelle intenzioni di Corrado, è il mezzo per parlare di agricoltura e modelli di sviluppo. Per «ripartire da zero…e andare oltre il “vino naturale”».

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