Il progetto

logo  2 RR n.12 Ruote di Resistenza (#2RR) nasce dall’esigenza di riannodare i fili di un territorio sempre più drammaticamente abbandonato. Di scoprire di prima mano e poi raccontare la storia e le storie di un paese lungo che, al di fuori delle grandi città, è ancora pressoché sconosciuto.

Portiamo un bagaglio leggero, fatto di musica e di tante domande, e alcune intuizioni, rafforzate dallo studio di Nuto Revelli.

Il mondo dei vinti e L’anello forte rappresentano due intense testimonianze di storia orale, attraverso le quali si mette a fuoco un affresco del forte e tragico mutamento avvenuto nel Paese a partire dal secondo Dopoguerra fino all’avvento del boom economico. La ricerca sul campo di Revelli si concentra sulle valli cuneesi, che esplora nel dettaglio, restituendo una nitida immagine di ciò che rimaneva del mondo contadino, un mondo resistente, ma non ribelle, alla soglia dell’industrializzazione.

Vogliamo qui riallacciare alcuni fili di quel discorso, accompagnati dal ragionevole dubbio che il Paese sia DI NUOVO drasticamente cambiato. Il modello postindustriale, il sogno della terziarizzazione, hanno condotto a una società, come dire, post-opulenta, in cui le differenze tra gli have e gli have not si sono drammaticamente acuite: si parla ormai infatti del 99% quando ci si vuole riferire a un popolo che non si può più definire classe media, non si può più definire classe lavoratrice, non si può più definire proletariato. E cosa sarà mai questo nuovo popolo? Anche stavolta un popolo di vinti?

I brillanti risultati di anni di tramonto industriale, di delocalizzazione globale, di sbornia speculativa, sono sotto gli occhi di tutti: disoccupazione alle stelle, incultura, dequalificazione dello studio, del lavoro e della persona, perdita di prospettive.

Quanti giovani (ormai anche ex), dopo essersi sentiti ripetere per anni che non dovevano fare i sognatori ma essere realisti e inchinarsi ai totem del mercato globale e dello Spread, hanno invece ricevuto in cambio solo precarietà! E ora? Ce ne sono che hanno scelto di scommettere sui loro sogni!

E ritornano alla terra, spesso letteralmente reimpugnano la zappa, non alla ricerca di un’Arcadia immaginaria ma con la consapevolezza di nuove opportunità date dagli strumenti tecnologici e culturali a cui i nostri padri non avevano accesso, in una visione che è davvero contemporanea, per una vita più a misura d’uomo.

In questo contesto anche l’uso della bicicletta diventa:

  • una scelta di campo a favore del trasporto pubblico ed ecosostenibile;
  • un omaggio al suo profondo legame con il treno -rigorosamente a bassa velocità: un mezzo che ha scritto pagine importanti della storia del nostro Paese;
  • una duplice scommessa sull’efficienza dell’uso combinato dei due mezzi, e sulle formidabili potenzialità economiche che viceversa potrebbero fornire, anche solo in ambito turistico.

Mentre per poche, privilegiate città, i treni, sempre più veloci e lussuosi, giocano a fare concorrenza agli aerei, gli altri settemilanovecentonovanta comuni del nostro paese rivivono, in versione 2.0, l’isolamento precedente al boom economico: la rete ferroviaria, una magnifica ragnatela che, pur con tutte le sue mancanze, fin dal 1880 si faceva un vanto di unire tutto il paese, perde maglia dopo maglia.

Il 72% dei comuni italiani -di cui almeno 3.000 a rischio di estinzione- ha meno di 5.000 abitanti, che sono progressivamente sempre più tagliati fuori dalla rete: l’ultimo treno della giornata, se va bene, è alle 21, la quasi totalità dell’Italia vive nel coprifuoco. I ragazzi aspettano, vegetando, di compiere 18 anni per avere la patente e potersene andare di lì.

Con tutto questo la parte del leone negli investimenti sui trasporti spetta all’alta velocità ferroviaria, che serve solo il 5% del volume passeggeri.

Chi ha capito il trucco, come in Valsusa, paga a caro prezzo la sua determinazione a non essere vittima passiva.

Nel ruolo di cicloviaggiatori inforchiamo le bici e, in un processo di creatività bruciante, nonostante il ritmo lento del viaggio, condividiamo un punto di vista privilegiato di aterritorialità, sul quale vogliamo costruire un percorso culturale attraverso i linguaggi della narrazione, della musica, del reciproco scambio di storie ed esperienze.

Ogni tappa prende forma dagli stimoli raccolti su un percorso che si snoderà dal Piemonte alla Calabria.

La geografia, il paesaggio esterno ma anche l’interazione con le persone contribuiscono  alla costruzione di un percorso di riappropriazione del territorio a garanzia della salvaguardia della memoria, quindi della storia di quel luogo.

Questo blog sarà la nostra ombra, scandendo le tappe del percorso in una restituzione di storie, di foto, di interviste, che lasceranno spazio anche ai racconti di donne in bicicletta, pur consapevoli che non può essere una ricerca organica.

E il viaggio stesso è solo la prima tappa di un processo culturale: dal viaggio potrà nascere uno spettacolo, un disco fitto di collaborazioni, un libro.

Il progetto si autofinanzia perchè ci crediamo, ma chi vorrà aiutarci potrà contribuire con una donazione qui sul blog cliccando sul link, o di persona durante i nostri spettacoli, o anche ospitandoci durante la sosta in bici: crediamo che, per quanto saremo solo in due, l’idea può avere un valore collettivo sul quale si possono costruire molteplici altre idee, con il contributo di tutti.

7 responses... add one

Molto interessante!!!!!!! E` da molti anni che desidero il “RITORNO ALLE ORIGINI”. L`industrializzazione, la “FINTA CULTURA”, ci ha resi animali “SENZA ORIGINI”. La nostra origine e` nella terra, la polvere, e noi abbiamo ripudiato e abbandonato tutto per una illusione che si dimostra vana. Io e mio marito stiamo collaborando attivamente alla costruzione della nostra casa, a contatto con la natura. E` un piacere che non avevo mai provato prima.

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