1° Luglio: Sant’Anatolia di Narco, Museo della Canapa

Prima di inforcare le bici e partire, ricorderanno i lettori più fedeli, abbiamo fatto alcuni “pre-viaggi” d’assaggio. Un po’ per testare mezzi e gambe, un po’ per raccogliere spunti da approfondire in seguito.

La Valle di Susa, protagonista suo malgrado del modello delle Grandi Opere, è stata la nostra prima meta. Non soltanto per avere indicato la via a quelli che Matteo Renzi chiama poco rispettosamente “i comitatini” a difesa dell’ambiente e contro le spese inutili (e sospette) delle grandi infrastrutture. Ma per avere anche intuito, e portato avanti, quello che può essere un autentico nuovo modello di sviluppo, utile all’intero Paese.

Sistematicamente dipinta come un covo di terroristi, enclave di montanari retrogradi e ignoranti, la Valsusa è da sempre una valle di transito, perciò culturalmente aperta, eterogenea: non esiste “un” abito tipico, un ballo tipico, un piatto tipico “della Valle”. Nel suo territorio di straordinaria diversità convivono pianura e alta montagna, un lato al sole e un lato all’ombra, si parla italiano, occitano, francese e piemontese; è incessante l’accoglienza, la disponibilità, l’apertura.

Simbolica la collocazione della sede di Etinomia, e del consorzio CanapaValleSusa: a Sant’Ambrogio, sulle pendici della Sacra di San Michele, dove la valle comincia a restringersi e a salire, verso i valichi del Monginevro e del Moncenisio, verso la Francia.

Quando Danilo si è trovato sulle barricate del 2005, a difendere la sua Venaus dalle ruspe a costo di denunce e manganellate, si è chiesto in quali altri modi avrebbe potuto difendere la sua terra. Ha così “saltato il fosso”, lasciando lo stipendio sicuro della fabbrica per l’avventura della cooperativa agricola. E ha messo insieme 18 ettari di terreno prima divisi tra centrotrenta proprietari, di cui molti emigrati e scomparsi da decenni.

Carlo ha lasciato il suo lavoro in città già da diversi anni e ha acquistato una cascina lungo l’antica via dei Pellegrini che, sopra Avigliana, porta alla Sacra di San Michele. Piedi scalzi sulla terra nuda, il suo tono pacato trasmette la serenità di chi ormai si è lasciato alle spalle il mondo frettoloso e consumistico e ha trovato la sua dimensione. Quando siamo saliti per conoscere lui e la sua compagnia (in fase di trasferimento nella cascina), ci ha accompagnati – in mano un vassoio pieno di semi di canapa- sui terreni terrazzati: anche noi abbiamo dato il nostro contributo spargendo i duri chicchi nella terra ferrosa.

semina

Da centinaia di anni risorsa primaria per mezzadri e coloni, la canapa serviva per i vestiti, la biancheria, i lenzuoli, i cordami. Abbandonata durante il boom economico a favore di tessuti e materiali sintetici, è recentemente tornata a giocare un ruolo importante anche in altri settori. La moderna sensibilità ambientale l’ha scoperta ideale per la nuovissima bioedilizia; l’assenza di glutine nei suoi semi la rende adatta all’alimentazione dei celiaci; è praticamente una pianta infestante, che attecchisce facilmente, richiede poca acqua, tiene lontani i parassiti e non necessita di pesticidi e per questo viene utilizzata anche per la bonifica dei terreni inquinati come quelli dell’Ilva. Una risorsa dalle potenzialità formidabili persino nei ristretti terrazzamenti del territorio montuoso della Valle.

CanapaValleSuSa ha lanciato un progetto attraverso cui Carlo, Danilo e gli altri soci si prestano alla sperimentazione della “nuova” coltura. Non solo la coltivazione ma anche le prime fasi di trasformazione, con possibilità di creare ulteriore occupazione in loco: laboratori tessili, un frantoio, un mulino per la produzione di olii e farine.
Un processo lungo e impegnativo, ma che dà la misura di un nuovo concetto di agricoltura: giovani uomini e donne che consapevolmente ritornano alla terra studiandone le caratteristiche e rispettandone le esigenze, cercando di trarne il giusto profitto. Quasi un ribaltamento dei ruoli rispetto al mondo dei vinti: non più sottomessi alla terra e ai capricci del clima, ma anche consapevoli oppositori delle logiche spietate del mercato globale.

Dopo avere conosciuto il presente della canapa, il viaggio ci offre l’occasione di ripercorrerne la storia. Il primo Museo dedicato alla canapa che troviamo sul nostro cammino è a Sant’Anatolia di Narco, poco lontano da Spoleto. Fondato nel 2008, ha sede in un suggestivo palazzo cinquecentesco che domina la collina, in cui siamo accolti dalla giovane vicedirettrice Eva Contardi. Anche in questo caso la canapa funge da filo conduttore per raccontare la vita della popolazione fino alla prima metà del 1900. Una notevole colle