5-6 luglio: dai Colli Romani all’Agro Pontino

Chi lascia l’Appia Vecchia per la Nuova…

Chi lascia l'Appia Vecchia per la Nuova...questo è quello che trova!
Chi lascia l’Appia Vecchia per la Nuova… Questo è quello che trova!

È vero, sì, che tutte le strade portano a Roma, ma bisognerebbe a volte anche specificare come ci si arriva nella Capitale! 🙂
L’ultimo tratto dell’Appia Antica, su cui ci eravamo lasciati nel precedente articolo, più che antico è malmesso: strada bianca che scorre ormai vicina e parallela all’Appia Nuova, dei monumenti Romani ormai nemmeno più l’ombra. Per spiegarla con una metafora: questi pochi chilometri sembrano quelli che ci dividono dal Mondo Nuovo, quello dell’industrializzazione di massa, come dire dal Carro di Tespi all’automobile in un batter d’occhio! E su questo Daniele ha una lunga esperienza, che magari in futuro sarà oggetto del suo prossimo show, perchè no?!

Dalla strada bianca all’asfalto il passo è breve: siamo diretti a Velletri, sono appena 36 km, tutti in salita, siamo sulla strada che porta ai Colli Romani! Sarebbe bello circumnavigarli, purtroppo il tempo è tiranno anche con i cicloviaggiatori. Dopo brevi scorci di aree industriali sulla sinistra ci appare uno spicchio di Castelgandolfo, mentre sulla destra il paesaggio della Campagna Romana non ci abbandona e si estende a perdita d’occhio fino quasi a vedere il mare. Le salite più impegnative sono tra Albano, Ariccia e Genzano di Roma, dietro i quali si nascondono i laghi di Albano e quello di Nemi. Si sale velocemente, pungolati dal traffico veloce. Ad Ariccia però facciamo tappa e rimpolpiamo i muscoli con una bella porchetta in una delle fraschette ancora esistenti: ce ne sono tante, per la verità, e tanti camerieri che sulla strada invitano, anzi adescano i clienti; gli ornamenti principali non sono né le frasche sulle porte né le botti all’interno, e i locali ora offrono anche da mangiare. Un tempo erano osterie molto spartane per gente di passaggio che usava portarsi il cibo da casa in fagotti di canapa, perchè nelle fraschette nun se magnava! E li chiamavano per l’appunto i fagottari.
Per fortuna da Genzano a Velletri la strada è quasi tutta in discesa, e si apre anche il panorama dei Colli, sempre meno urbanizzato. Ma nel frattempo ci hanno raggiunti due amici: Massimo, il nostro amico romano, che per l’occasione si è offerto di fare da chauffeur ai nostri bagagli, e Corrado, referente del Comitato No Bretella, che ci precede sulla strada per Velletri e ci introduce nel mondo dei comitatini.

È il nostro secondo incontro pubblico dopo un mese dalla nostra partenza: nella sede dell’Associazione Culturale Ossigeno di Velletri ci sentiamo subito a casa, piacevolmente ci confrontiamo con persone curiose di sapere dei nostri incontri, del movimento No Tav, e noi siamo pronti a raccogliere gli stimoli nati dalla loro battaglia contro la costruzione della bretella autostradale Cisterna-Valmontone. Sì, perché anche a Velletri la Regione Lazio non molla la presa sulla volontà di realizzare la suddetta bretella e il Corridoio Roma-Latina. E come in Valsusa è nato anni or sono il Movimento No Tav, così a Velletri è il comitato No Bretella che, insieme al “gemello” comitato No Corridoio, porta avanti la protesta contro la realizzazione di una Grande Opera, della quale sono fortemente in dubbio l’utilità e la realizzazione stessa per mancanza di finanziamenti.
Dei “comitatini” poco amati da Renzi avevamo già parlato nel nostro articolo a loro dedicato su Italia Che Cambia, ma pare ci siano sostanziali novità al riguardo. La grande infrastruttura -costo stimato 2,7 miliardi di euro- ridisegnerebbe l’assetto dell’intero agro pontino con tre assi viari: la Roma-Latina, 53 chilometri che percorrono in parte la Strada Pontina; la bretella A12-Tor de’ Cenci lunga 16 km che collega la Roma-Civitavecchia con la suddetta Roma-Latina e la Cisterna-Valmontone,  31 km, che unirebbe la  futura Roma-Latina con l’Autostrada del Sole. Naturalmente autostrade a pedaggio! Dopo un lungo oblio l’opera ha riconquistato l’interesse politico negli anni ’90 (quelli di Tangentopoli, per intenderci!), per essere riapprovata nel 2013 nel “Decreto del fare”, nonostante diverse indagini in corso per distrazione di denaro pubblico. Peccato però che dei 2,7 miliardi ad ora siano stati stanziati solo 468 milioni, con il rischio dunque che l’opera rimanga incompiuta.
Utile precisare -visto che spesso i comitati si ritrovano a dover combattere da soli- che la realizzazione devasterebbe l’area agricola estesa da Aprilia a Valmontone mettendo a rischio la produzione di kiwi, vigneti e frutteti; il viadotto previsto per la bretella A12-Tor de’Cenci sul Tevere verrebbe costruito su un’area a rischio esondazione e di elevato interesse naturalistico a Roma sud. E tutto questo solo per aumentare il traffico su gomma verso Roma, quello che cioè si vorrebbe evitare. Mah!
Le richieste dei comitati: perché non mettere piuttosto in sicurezza la già esistente strada Pontina e potenziare la rete ferroviaria, in alcuni casi ancora a binario unico?
La novità di questi giorni è che tali richieste sono state accolte dall’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili), che ritengono l’opera economicamente inutile; ditte come la Impregilo hanno proposto una proroga del bando -che scadrà il 10 dicembre- per approfondire gli studi sul traffico. Forse si fa avanti il timore che il solo pedaggio non basti a ricoprire i costi di realizzazione? La Regione Lazio ha accolto la proposta, ma intanto l’ANAC (Associazione Nazionale Anti Corruzione) ha dichiarato il bando illegittimo per violazione delle norme sulla concorrenza. Ma siccome l’Italia è un Paese davvero strano l’ANAC non ha potere di veto sulle decisioni regionali.

10454107_10203386891347084_3229696428635172033_o Un grande contributo alla lotta contro l’autostrada è arrivato anche dall’ASBUC di Giulianello, estesa frazione di Cori, già provincia di Latina, fortemente interessata al passaggio della bretella Cisterna-Valmontone proprio sull’area dell’omonimo lago, riconosciuto dalla stessa Regione Monumento Naturale appena qualche anno fa.
L’Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico, di cui si era già detto qui, proprio nei mesi scorsi ha incassato una importante vittoria con la pedonalizzazione della doganale che porta al lago, nonostante sia sempre molto faticoso agire per la difesa del territorio: le forze politiche di opposizione del comune di Cori hanno fatto causa all’Ente per l’eccessiva somma che avrebbe richiesto al comune come risarcimento per la costruzione di un’area ad uso industriale sul territorio di Giulianello; e ancora per aver accettato la dilazione della somma -che ammonta a 1 milione di euro- che il Comune avrebbe dovuto versare all’Ente nell’arco di venti anni ormai trascorsi. La dilazione però ha una ragione: evitare che il comune di Cori venga commissariato per debiti. Con i primi 200 mila euro ricevuti dal Comune, intanto l’ASBUC sta procedendo all’acquisto di un terreno che sarà poi diviso e gestito da alcune famiglie per usi agricoli. Questa è l’Italia del fare, quella che si oppone allo sfruttamento del territorio, che tenta di

“avviare cooperative di giovani per creare filiere corte, di valorizzare sementi antiche e allevamenti autoctoni: perché  -ci dice Eugenio Marchetti, presidente dell’ASBUC- parlare di agricoltura oggi significa parlare di cultura contadina, del suo enorme patrimonio di spiritualità, dei canti contadini che le donne del paese ancora cantano, della conoscenza delle erbe spontanee. L’attuale modello di sviluppo è ormai fallito e i giovani vogliono ripartire da radici salde, come quelle contadine, mettendo da parte l’atteggiamento nostalgico e ripensando l’agricoltura come progetto presente”.

L’ASBUC -come altri esempi nel Lazio- non a caso nasce circa due anni fa a Giulianello,  una comunità che ha saputo più di altre conservare il proprio patrimonio culturale e l’Ente, attraverso l’acquisto di terreni collettivi contribuisce alla ricostruzione del patrimonio comune. Il Lago Cantato, ormai alla sua 24° edizione, è anche tutto questo: nasconde tesori etruschi, pezzi di storia dell’identità di un luogo che si rischia di annientare. Noi ci siamo arrivati in bicicletta insieme ad Eugenio: un colpo d’occhio su quello che era un vecchio latifondo dove non ci sono insegne turistiche se non quelle della via Francigena e -almeno fino alla scorsa estate- ci si arriva a stento in macchina; dove gente come Iseno ancora va a raccogliere le erbe spontanee, e le donne di Giulianello vanno ancora a cantare i canti della tradizione della Passione e i poeti a braccio compongono in ottava rima. Come Ezio Bruni, splendido settantaquattrenne, che abbiamo incontrato nella sua casa di Artena, dove ci ha deliziati con i suoi versi improvvisati raccontandoci la sua vita e i suoi primi approcci con il canto a braccio.

Il lago di Giulianello è una sorta di calamita che, a dispetto dei cambiamenti, delle generazioni che si alternano, del tempo che passa e dei governi che lavorano per distruggerlo, si ricostruisce ogni volta diventando punto di riferimento per il territorio. Un lago che combatte, pensiamo, e ci torna in mente quest’altra storia curiosa, cantata stavolta dagli Assalti Frontali & Il Muro del Canto, che quest’anno sono stati ospiti del festival Pé ì ndò, la risposta giulianese a ritmo di musica popolare e radici contadine alla domanda “per andare dove?“: un viaggio nel tempo che prende spunto dal titolo di una poesia di Raffaele Marchetti, storico e attivista culturale che ha speso la sua vita alla tutela e valorizzazione delle radici contadine e degli usi civici.



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